Libertà

Molto probabilmente l’argomento che ho intenzione di affrontare in questo articolo potrebbe risultare inaspettato o particolare. O comunque, uno per il quale non è sufficiente un solo articolo.

Il motivo che mi ha spinto a parlare di qualcosa come la libertà, è abbastanza semplice: vorrei scambiare opinioni in merito a tale tema e, eventualmente, modificare una mia errata convinzione a riguardo.

Il termine libertà è di certo alquanto vago. Esiste la libertà d’espressione, di pensiero, di parola. Ci si può sentire liberi in tante situazioni, così come in altre ci si sente così in trappola da non riuscire a respirare, così oppressi da soffrire.

Per cui, in sostanza, la libertà dipende strettamente dalle persone con cui si condividono momenti della propria vita e dalle situazioni che si vivono.

Eppure, se si riflette accuratamente proprio sulla frase sovrastante, ci si rende conto di una cosa; o almeno, io ho aperto gli occhi su una questione non proprio di poco conto: fondamentalmente, le situazioni che si vivono sono per la quasi totalità condizionate dalle persone che ci circondano. La nostra vita è inevitabilmente influenzata dalla presenza degli altri, siano essi i nostri parenti, conoscenti, migliori amici, insegnanti, datori di lavoro, colleghi e chi più ne ha, più ne metta.

Si è influenzati in modo inevitabile da altri individui perché siamo essere umani, dotati di una mente tanto complessa da dare origine a qualcosa denominato “affetto” e ad una cosa di ancora più potente detta “amore” e che, senza darci opportunità di scelta, ci lega a coloro che entrano a far parte della nostra esistenza, i quali possono diventare ciò da cui dipende la nostra felicità o rivelarsi una sciagura portatrice di angoscia.

La libertà è quindi relativa solo ed esclusivamente alle persone. È solo nelle relazioni – più o meno strette – in cui si decide di coinvolgere altri individui, che si riflette effettivamente su quanto liberi ci si sente. E in questi casi, la libertà dipende soprattutto dalla quantità di fiducia che si ripone nella persona con cui si trascorre il proprio tempo e si condivide l’esistenza.

Maggiore è la fiducia, maggiore è la sensazione di libertà che si prova quando si è in compagnia di quella persona. Libertà di fare ciò che si sente, libertà di dire ciò che si vuole dire, di sorridere, ridere, piangere, fare tutto ciò che si desidera più intimamente, senza temere giudizi.

Perché alla fine sono i giudizi ad impedire agli essere umani di essere realmente se stessi. Per quanto ci si vanti di non nascondersi dietro ad alcuna maschera, ciò non è mai vero finché non si trova qualcuno con il quale non si sente la necessità di indossarla, quella maschera. Qualcuno le cui azioni e parole sono capaci di impedire anche di pensarci, al creare una maschera.

Ciò che personalmente credo è che, in qualsiasi tipo di rapporto – e principalmente in quelli più stretti, in cui sono coinvolti sentimenti astrusi e tanto profondi la cui comprensione risulta talvolta impossibile – sia di vitale importanza sentirsi liberi. Sentirsi parte di qualcosa di magico ed epico ma senza mai sentirsi violati nella propria integrità morale e nei propri principi.

Però ecco, c’è qualcosa che imparato, amando; amando qualcuno in modo inspiegabile – ma questa è un’altra storia: il desidero di sentirsi liberi, di considerare la libertà e l’integrità personale delle priorità da mettere dinanzi a tutto e tutti non sempre è la cosa più saggia da fare, tanto meno la più rispettosa da fare nei confronti di coloro a cui si tiene davvero.

Considerando la mia personale esperienza, tale atteggiamento era dovuto alla paura di relazionarmi a qualcuno tanto da perdere la mia sanità mentale. Una paura nata in seguito a sofferenze e delusioni recatemi dalle persone che ritenevo importanti ma per le quali, in realtà, io contavo poco e nulla.

Di certo la mia non vuole essere una giustificazione; non potrebbe mai esserlo, perché semplicemente correre ai ripari dietro uno scudo di ferro come la freddezza e l’indifferenza per sottrarsi da coinvolgimenti sentimentali non è né un comportamento maturo né utile, affatto.

È bene tenere a mente la propria necessità di sentirsi liberi, ma a volte c’è bisogno di tener conto di vari altri fattori, importanti allo stesso modo, come i sentimenti della persona cui ci si rivolge e l’impatto dei propri atteggiamenti su di essa.

Quando si decide di condividere con qualcuno la propria vita, inevitabilmente si decide di condividere anche la libertà, cambiare se è necessario la concezione che si ha di essa.

A volte, per quanto possa sembrare spaventoso, è necessario, è possibile, è doveroso affidarsi a qualcuno. Non c’è cosa che giovi di più all’animo umano che dedicarsi totalmente e follemente ad una persona, chiunque essa sia, un amico, un fidanzato o un marito.

L’uomo ha bisogno di appigli, appoggi, consigli, sorrisi, abbracci, baci, carezze, paternali, schiaffi morali. L’uomo cresce ed impara. Vive e capisce. Accetta e ripudia.

Ma per capire ciò che è disposto ad accettare o ripudiare deve vivere quante più esperienze possibili, e subirne le conseguenze.

E se per capire a cosa è giusto rinunciare e non rinunciare al fine di preservare la propria libertà è necessario amare qualcuno tanto da portarlo in cima alla piramide dei propri bisogni primari, ben venga.

Donarsi è meraviglioso, ma senza perdere mai di vista ciò che impedisce di far sentire a proprio agio se stessi e chi si ha accanto.

Fatemi sapere se anche voi la pensate come me, e cosa invece ritenete non sia pienamente giusto.

La strega delle Azalee (with english translation)

Mentre eliminavo qualche vecchio ed inutile file dal mio PC questo pomeriggio, mi sono imbattuta in un raccontino che scrissi molto, molto tempo fa e di cui avevo completamente dimenticato l’esistenza.

Rileggendolo, subitamente mi sono ricordata che si trattasse di una favola che scrissi per un compito d’inglese alle scuole medie. Una storia davvero molto banale, frutto della mente di una bambina sognatrice che adorava inventare personaggi e narrare vicende improbabili, se non impossibili.

Ho profittato del rinvenimento di questo “reperto” scritto solo ed esclusivamente al fine di evitare un poema in merito alla festa della donna che avevo intenzione di scrivere; ho deciso quindi di condividere questa semplice e probabilmente per molti noiosa favoletta avente come protagonista proprio una ragazza, animata da altruismo e dotata di grande coraggio.

Si tratta di una storia da leggere, conseguentemente interpretare e successivamente giudicare.

Nonostante avrei potuto scriverla da capo (considerando quanto il mio stile sia profondamente cambiato nei corso del tempo), ho preferito non modificarla in alcun modo perché rappresenta per me un bel ricordo ed inoltre ritengo contestabile il voler cambiare elementi del proprio passato.

Gradirei condividere con voi opinioni inerenti la celebrazione di questa “giornata internazionale della donna”; prima di lasciarvi alla lettura di questo breve testo, vi espongo la mia personale opinione in merito: ritengo importante questa festività in quanto fu istituita in origine per ricordare le conquiste politiche e sociali del gentil sesso, ma sono anche del parere che oggi come oggi – presumendo che la componente sociale maschile sia ormai in grado di ritenersi alla pari di quella femminile – tale celebrazione dovrebbe essere abolita in quanto ‘discriminatoria’ nei confronti degli uomini.

Se la mimosa ancora viene regalata a destra e a manca l’otto marzo vuol significare che ancora non si è giunti ad una totale parità di genere, come provano anche gli innumerevoli femminicidi di cui si sente quotidianamente parlare e che rappresentano solo una piccola parte di tutti quegli ostacoli contro i quali, ahimè, ancora nel 2016 la donna è costretta a combattere.

La mia conclusione è dunque questa: si tratta a mio avviso di una celebrazione certamente legittima, ma attualmente non troppo.

 

 

La strega delle azalee

C’era una volta, in un piccolo ma grazioso paese di collina, una giovane pastorella: aveva lunghi capelli neri, dolci occhi verdi e un grande, generoso cuore. Viveva in una piccola casetta di periferia insieme alla sua mamma, ma la sfortuna volle che essa fosse molto malata. Per questa ragione, la ragazza – ogni mattino – si recava in paese per offrire aiuto a chiunque dovesse portare le proprie pecore a pascolare nei campi, in modo tale da portare a casa un po’ di soldi. Il signor Remory, ad esempio, era il panettiere più famoso del villaggio, ed era sempre troppo occupato per badare alle sue due pecore.

Così Eleanor, la nostra protagonista, si occupava delle due bestiole, ed in cambio riceveva del buon pane appena sfornato. Come il panettiere, anche tanti altri abitanti del paese  erano contenti che esistesse una persona così gentile come Eleanor, e tutti le volevano un gran bene.

Un giorno, mentre Eleanor si dirigeva verso i campi più vicini al villaggio con le pecore del signor Remory e la capretta della signora Theodore, la ragazza vide da lontano un’anziana donna dallo sguardo triste; era seduta sotto un pesco, indossava degli abiti stracciati e accanto a sé aveva un piccolo gatto tigrato.

Mentre la giovane si avvicinava, si accorse che dei ragazzi avevano accerchiato la donna e avevano iniziato a prenderla in giro, ridendo di lei e maltrattando il suo gattino.

La povera anziana si era alzata a fatica da terra, e cercava di allontanare i teppisti da sé dibattendosi con fervore.

I ragazzi continuavano imperterriti a tirare la coda del povero micio e rubarono delle pesche che erano ai piedi della donna, tutto ciò che aveva da mangiare.

Eleanor, indignata, andò in soccorso della povera vecchietta e mandò via i ragazzi: «Andate via, lasciatela stare, brutti maleducati!» urlò a perdifiato.

I bulli si allontanarono impauriti, e la ragazza aiutò l’anziana a sedersi.

«Come sta?» le domandò con voce dolce.

«Bene, grazie a te» le rispose con uno sguardo pieno di gratitudine.

«Ecco, questa è la mia ricompensa per avermi aiutato» esclamò, alzandosi con impeto. Affondò la mano nella tasca del grembiule gualcito che le cingeva il busto e ne tirò fuori una chiave.

Con fare misterioso si nascose dietro l’albero; si sentì un gran baccano, e subito dopo l’anziana ritornò trascinando uno scrigno di legno scuro che sembrava molto pesante.

Eleanor si avvicinò incuriosita: «cos’è?»

La donna, in risposta, girò la chiave nella toppa dello scrigno e rivelò un’enorme quantità di monete d’oro puro, sulle quali troneggiavano delle favolose azalee.

«Non capisco, sono per me?» chiese la giovane, sbalordita.

«Esatto» rispose l’anziana, «devi sapere – cominciò a spiegare, felice – che io sono una strega buona, ho il potere di avverare solo i sogni delle persone di animo nobile; ti ho messa alla prova, e mi ha dimostrato di essere una di loro. Hai un gran cuore, e meriti di essere felice insieme alla tua mamma».

«Io non so che dire…» esclamò la ragazza, rammaricata e lusingata.

«Oh, non dire nulla, ciò che hai fatto è abbastanza. Hai aiutato una povera vecchietta e un gattino indifeso, hai dimostrato d’avere coraggio affrontando quei brutti ceffi».

«E quelle azalee, cosa significano?»

«Voglio donartele per essere sicura che tu abbia tanta fortuna per tutta la vita» illustrò la donna, e accarezzò la guancia di Eleanor con amore.

«Ora va’ e porta a casa questo piccolo tesoro. Ah, e mi raccomando, non cambiare mai».

Who is Val?

Credo che descrivermi sia una delle cose più difficili che mi si possa mai chiedere di fare; sarà perché sono ancora troppo giovane, e quindi il mio carattere è ancora nel pieno del suo sviluppo, o forse perché sono alquanto – forse troppo – propensa a prestare attenzione a chi mi è accanto, talvolta tanto da dimenticarmi di me stessa.

Ciò non significa che però non badi al mio benessere – sia fisico che mentale, s’intende; semplicemente penso di potermi considerare una di quelle persone che amano stare in compagnia e insieme ai propri amici, ai quali danno anima e corpo e tutto l’affetto possibile. Ma che comunque, ogni volta che possono, si riservano quei piccoli momenti di relax e totale alienazione da tutto e tutti per ritrovare se stesse.

Uno di quei momenti in stile tazza di tè, pagine ingiallite e sole d’ambra delle diciotto: avete presente?

Più di una persona mi ha detto di essere l’incarnazione della curiosità. Avete presente quella costante e implacabile sete di conoscenza? Ecco, quella sono io.

L’amante della storia, dell’arte e della letteratura. Non credo di poter mai dimenticare gli sguardi dei miei compagni di classe quando, alle elementari, asserii di trascorrere gran parte del mio tempo leggendo i fumetti di Topolino. Credo che non ringrazierò mai abbastanza quelle vignette colorate: sono state per lungo tempo le mie finestre sul mondo, mi hanno insegnato tanto e permesso di avvicinarmi al mondo dei libri.

Così come non potrò mai ringraziare “Deltora”, la prima ed unica saga fantasy – e ahimè, ultima – che abbia mai letto. Certo, adesso nutro un non poco profondo astio per questo genere letterario, ma da piccola mi affascinava come poche cose erano in grado di fare; è inoltre mio dovere riservare una “standing ovation” virtuale e fuori dal tempo agli autori che più amo.

Signora Christie, mi riferisco a voi; e no, non mi sono dimenticata di lei, il re del Terrore, il grande Poe. Oh, ovviamente, non può mancare il padre del mio investigatore britannico preferito, Sir Doyle.

Poiché ho intenzione di lasciare a voi l’arduo compito di capire chi sia Val, e considerando che parlare di me non è di certo il mio passatempo preferito, credo sia opportuno concludere qui questa – chiamiamola così – presentazione.

Ma prima, vorrei precisare una cosa: non sono di certo priva di difetti, anzi, ne ho parecchi, ma se c’è una cosa che mi riesce bene, è il riuscire a vivere ogni singolo istante della mia vita quanto più profondamente è possibile.

Talvolta questo può comportare lacrime, anche tante, altre volta gioia e sorrisi. Ma in ogni caso – e correggetemi, ve ne prego, se sbaglio – penso che se ci è stata data una vita così breve a disposizione, un motivo c’è: quello di viverla per davvero, nel bene e nel male.

 

 

Goals

Contrariamente a quanto il titolo potrebbe portare a pensare, non parlerò di calciatori, palle o reti; con goals mi riferisco ai miei obbiettivi, alle mie aspirazioni inerenti il futuro di questo blog.

Ho già spiegato il motivo per cui ho deciso di aprirlo, ossia il desiderio di condividere le mie passioni, intese non come semplici hobbies, passatempi o interessi. No, parlo di vere e proprie, sconvolgenti passions: quel genere di cose che fanno battere il cuore, permettono di isolarsi da tutto e tutti, sentirsi bene e, soprattutto, di emozionarsi.

Amore, ecco cos’è una passione. L’amore che si può provare per un’attività, o anche – per quanto possa sembrare frivolo – per un oggetto. Quando leggo un libro, ad esempio, e giungo al suo epilogo, quello che provo voltata l’ultima pagina è pura e reale passione; lo stesso sentimento di compiacimento ed emozione che, con il fiato in gola, mi ha portato a ad immergermi anima e corpo nella lettura del libro stesso.

Probabilmente i miei “obbiettivi” avrei dovuto esplicitarli nel primo articolo, ma ho pensato che fosse opportuno dedicare loro un post a sé stante.

Oltre ad ovviamente pubblicare – quando possibile – i miei scatti rubati ad oggetti, luoghi, monumenti e altro che sia, vorrei poter esprimere le mie personali opinioni in merito a libri che ho letto, scambiare con voi qualche parola e ricevere eventualmente consigli di tipo letterario.

Sarebbe inoltre interessante trattare di argomenti di vario genere, problematiche attuali, giacché – non so se aggiungere purtroppo – in qualità di gran chiacchierona e persona curiosa, ho sempre un enorme repertorio di commenti e parole su tutto. Ho già in mente qualcosa di cui ho interesse parlarvi, ma non sto qui di certo a dirvi cosa.

Ciò cui maggiormente aspiro, però, aldilà di tutto ciò di cui sicuramente tratterò in queste infinite pagine di pixel, è il riuscire ad incrementare la mia conoscenza.

Nonostante la mia giovanissima età – per cui l’immaturità, la scelleratezza e il senso di ribellione dovrebbero essere tratti caratteristici del mio essere – sin da piccola sono invece sempre stata animata da un’indescrivibile curiosità e brama di sapere. sono sempre stata incline a porre una miriade di domande, a chiunque ritenevo potesse chiarire i miei dubbi.

Poi, giunta ad una certa – relativa – maturazione, presi la decisione che, oltre a continuare a chiedere e chiedere, avrei dovuto iniziare ad osservare. Osservare per capire, da sola, senza avere il bisogno di aspettare per ricevere informazioni dagli altri. Perché se c’è una cosa che ho imparato è che, ahimè, in molte circostanze non ci si può sempre fidare delle persone che ci circondano.

Siamo quindi costretti a forgiare la nostra personalità da soli, come se fosse una caratteristica del nostro primordiale istinto. Tra le “persone che ci circondano” ovviamente non sono inclusi i genitori; essi, indubbiamente, sono i responsabili della nostra maturazione intellettuale, ma non so loro a doverci spiegare come si faccia ad amare, voler bene ed essere felici. Noi soli, col tempo, con i valori, l’esperienza e la conoscenza, dobbiamo essere in grado di farlo, oltre che acquisire la capacità di elaborare personali opinioni senza farci condizionare da quelle altrui.

Ma, per evitare di perdere il filo conduttore del discorso, ritornando alla questione del mio esagerato desiderio di conoscenza, esso è affiancato da un’innata e disperata esigenza di esprimere me stessa, di trasformare in parole ciò che mi annebbia la mente; siano essi pensieri negativi o positivi. Troppo spesso sono vittima di quei momenti in cui penso a così tante cose e provo così tante sensazioni che l’adrenalina nelle vene rischia di farmi svenire per un’attacco cardiaco. Per evitare una tale tragica fine, ricorro a ciò che da sempre mi ha fatto sentire libera come non mai: la potentissima scrittura.

Sia essa fatta di carta e penna o tasti e computer: non m’importa. Ciò che conta è riuscire ad essere me stessa in questo mondo che, per me, è troppo piccolo e troppo poco comprensivo.

Spesso il sentirsi come un pesce fuor d’acqua è visto come una cosa negativa, che porta ad un’inesorabile solitudine. Ma io la vedo come la condizione di colui che ha troppo da dire e nessuno disposto ad ascoltare. Potrete dire, voi, che la soluzione giusta sono gli amici. Io ne ho, e voglio loro un bene infinito, ma ci sono cose che purtroppo neppure loro possono comprendere, sentimenti che anche loro provano ma che nascondono. Io non ho il coraggio di nascondere ciò che sono, né voglio farlo. Per cui mi limito ad ascoltare gli altri, dare eventuali consigli ed essere sempre disponibile per chi ha bisogno di una mano.

Ma senza mai chiedere nulla in cambio; perché non c’è niente che pretendo, se non avere la facoltà di parola.

Anzi, chiedo venia: di scrittura.

 

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 Fa della libertà interiore il tuo principale obbiettivo nella vita.

–  Swami Kriyananda

– Val.

Passion

Ho pensato a lungo a ciò che avrei dovuto scrivere nel mio primo post, ma la verità è che non sapevo come iniziare.

Probabilmente sarà perché ho così tante cose per la mente che vorrei mettere per iscritto che inevitabilmente vado in una terribile confusione.

L’unica conclusione cui sono giunta è che, probabilmente, sarebbe carino cominciare con lo spiegare il significato dietro il titolo di questo blog e il perché ho deciso di aprirlo.

In quanto al titolo, utere temporibus, si tratta di una frase scritta dal celebre poeta romano Publio Ovidio Nasone. Corrisponde alla frase italiana: «Sfrutta il momento felice».

Ho optato per quest’espressione per una ragione ben precisa: in questo blog scriverò delle mie più grandi passioni, i pilastri della mia vita.

Sto parlando della scrittura, della lettura e della fotografia. Esatto, la fotografia: è proprio grazie ad essa che ho capito quanto sia fondamentale vivere a pieno ogni singolo momento, tutti gli instanti, belli o brutti che siano. Ma quelli felici, in particolare, meritano di essere vissuti il più a fondo possibile.

Istanti che si possono cogliere, catturare, per far sì che sopravvivino per sempre. Che non spariscano e diventino irriproducibili.

Rendere immortali le sensazioni… Io ritengo sia la potente magia di ogni foto scattata.

Detto ciò, penso di avervi rivelato una parte della motivazione che mi ha spinto a fare mio un piccolo spazio dell’immenso World Wide Web.

La restante parte consiste nell’impellente necessità di esprimermi liberamente e dare sfogo ai miei pensieri. E perché no, anche scambiare consigli ed opinioni in merito a svariate questioni con chi trova il coraggio di commentare le sciocchezze che la mia mente galoppante sforna.

Con questa piccola “introduzione”, definiamola così, vi saluto e… oh, un momento.

Il mio nome è Val. Quasi dimenticavo.

Ma non penso sia poi così importante, saperlo.

 

fotografia


Per mezzo della fotografia e della parola scritta cerco disperatamente di sconfiggere la fuggevolezza della mia vita, di catturare gli attimi prima che svaniscano, di rischiarare la confusione del mio passato.
– Isabel Allende